COVID-19: RIPERCUSSIONI TEMPORANEE E NON PERMANENTI SUGLI ATLETI PROFESSIONISTI.

Cosa abbiamo imparato dai casi di Covid-19 osservati finora nello sport

Gran parte degli atleti risultati positivi erano asintomatici. Recupero fisico e tenuta psicologica gli aspetti più delicati

L’abbassamento delle difese immunitarie per intensi sforzi fisici può favorire il contagio. Non sono noti casi di “disabilità permanente dovuta a infermità” post malattia nel calcio

 

I casi Covid-19 tra gli atleti si sono susseguiti nel corso dell’ultima stagione sportiva: giunti al termine del campionato di Serie A, ad esempio, i giocatori trovati positivi al Covid-19 dalla prima giornata erano stati 170, in totale. Il calcio rappresenta il 55% dei casi di infortunio analizzati nel nostro database raccolto in anni di attività come loss adjuster nel mondo dello sport. Una risorsa, nel fornire un supporto per inquadrare le tipologie di sinistro all’interno di una polizza da infortunio. Ma in caso di polizza malattia, quali sono i contorni dello scenario disegnato dalla pandemia da coronavirus, che il mondo assicurativo si trova a dover affrontare nello sport?
Considerando diverse variabili, che riguardano la figura dell’atleta nel suo insieme, risulta impossibile tracciare casistiche valide in generale per tutto il mondo sportivo. Non esiste ancora una letteratura scientifica affidabile, studi supportati da numeri validati o valutazioni comparative che possano dare indicazioni su come il corpo di un atleta colpito da Covid-19 possa reagire alla ripresa dell’attività agonistica. È chiaro che il patogeno crea una risposta diversa in ciascun individuo e sulla base dei dati disponibili fino a oggi, non ci sono particolari ripercussioni tra gli sport professionali, con conseguenze tali da compromettere il futuro degli atleti.
Gli sport richiedono impegni fisici differenti l’uno dall’altro e anche i vari ruoli nella stessa squadra implicano requisiti fisiologici diversi. Le discipline caratterizzate da uno sforzo aerobico prolungato come ciclismo, corsa, sci di fondo o un impegno per tempi lunghi ma non continuo come rugby, calcio e tennis, devono tenere in conto un possibile abbassamento delle difese immunitarie, sia per gli atleti che hanno già contratto il coronavirus, sia per tutti quelli che competono mentre il virus è ancora presente. Nel corso di uno sforzo intenso la respirazione è forzata, l’aria raggiunge in tutta profondità gli alveoli e non è possibile escludere che l’inalazione di particelle infette arrivi più a fondo, causando l’emergere di una polmonite interstiziale, con prognosi più complicate.
In ogni caso, gran parte (il 70%) degli atleti risultati positivi era asintomatico, avendolo scoperto solo a seguito di un controllo di routine. I casi sintomatici spaziano da un modesto malessere alla perdita dell’olfatto, febbre bassa, con o senza tosse, fino a febbre alta e iniziali difficoltà respiratorie. La probabilità di recupero è collegata alla tempistica della diagnosi e all’aiuto terapeutico messo in atto. Eppure, gli effetti comuni del Covid-19 possono arrivare a malattie polmonari, intestinali, embolie e quelli meno comuni ad aritmie cardiache e infarti (la comorbilità cardiovascolare è un fattore di rischio specifico per i pazienti Covid-19 ospedalizzati). Aspetti estremi che raramente hanno colpito in questa misura persone sane con meno di trent’anni ma oltre tale soglia, tuttavia, possono permanere strascichi sotto forma di profondo senso di fatica e stress muscolare, per diverse settimane.
Ne consegue che la capacità di allenamento ed efficienza possono essere inadeguate, in particolare per gli atleti più votati agli sport di resistenza. In generale, è necessario prestare attenzione soprattutto nel recuperare atleti abituati a prestazioni di vertice. Molti autori medici sottolineano che potrebbero verificarsi alcuni effetti temporanei, visto che il corpo di questi sportivi è sottoposto a performance decisamente impegnative, che richiedono un attento monitoraggio anche quando il giocatore è in perfetta salute. Nei casi in cui il livello dell’attività cardiopolmonare è più alto, maggiore è lo stress, più alta la fragilità: ecco perché la ripresa di tali soggetti richiede più attenzione da parte dello staff medico.
Confrontare i test cardiopolmonari, prima e dopo la malattia, può fornire alcune indicazioni e dai primi dati ottenuti dal campionato italiano di calcio, non ci sono alterazioni o discrepanze nei test. A livello statistico, gli unici problemi appaiono di natura psicologica, non permanenti e si manifestano ad esempio sotto forma di disturbi del sonno, come riportato in Premier League. I soggetti interessati devono fare i conti con interrogativi sul futuro resi più gravi dal contesto pandemia e dall’indeterminatezza dello stop prolungato. “Il vero colpo è che questa volta non si tratta di un infortunio con una data ‘di scadenza’, cioè una convalescenza e un ritorno all’attività ma una malattia che causa la fine della routine, la salutare successione di eventi collegati come l’alimentazione e l’allenamento”, attività fondamentali di una giornata tipica, come spiega il professor Craig Duncan, studioso dello sport e collaboratore con diverse federazioni calcistiche.
A oggi non ci sono dati che possano insinuare preoccupazioni, in particolare riferimento a qualsiasi “conseguenza permanente” che possa essere rilevante nello stipulare un’assicurazione privata per proteggere atleti professionisti. Il Covid-19 non può certamente rientrare tra le polizze di infortunio personale e, con particolare riferimento al mondo del calcio, non sono note dichiarazioni di sinistro attribuito a “disabilità permanente dovuta a infermità”, in conseguenza da malattia Covid-19. Sono state presentate molte denunce preventive di sinistro, ma molte si sono chiuse senza postumi. E quei casi che presentano piccoli strascichi ricadrebbero comunque nella franchigia contrattuale prevista del 25%.

FONTI:

Relazione dello staff medico di Schwegler Associated
Serie A, i giocatori positivi al coronavirus squadra per squadra, Sky Sport, 18 maggio 2021

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